Giocattoli inconsueti

MATTINA, ORE 8:30

Gian Burrasca è già davanti alla porta di casa pronto per andare all’asilo. Io, che ho da poco riscoperto in un angolo dell’armadio una piccola borsa dalla forma inusuale, la prendo e la riempio delle solite carabattole indispensabili alla quotidiana sopravvivenza. Sospingo quindi il piccolo verso l’ascensore.

Gian Burrasca (guardando sorpreso la borsa): …
io (guidandolo all’interno della cabina): …
Gian Burrasca (continuando a scrutare l’oggetto con estremo interesse): !
io (notando il suo sguardo): ?
Gian Burrasca (additando il contenitore con fare accusatorio): …ma è una palla!
io (scortandolo verso il portone): ehm… sì.
Gian Burrasca (fissandolo ipnotizzato): …ma è per giocare?

io (squadrandolo con espressione atterrita): nooo!
Gian Burrasca (abbassando gli occhi con aria delusa): ah…
io (prendendolo per mano e incamminandomi verso la strada): …

Gian Burrasca (mantenendo un atteggiamento contrito): …
io (guardandolo con la coda dell’occhio): …

Gian Burrasca (illuminandosi all’improvviso): …mamma?
io (sorridendogli): dimmi tesoro…
Gian Burrasca (osservandomi speranzoso): …ma posso almeno portarla?

io: !!!

Traslochi

POMERIGGIO, ORE 17:30

Io e Lui, dopo aver a lungo girato per trovare un nuovo ufficio più comodo da raggiungere, abbiamo finalmente trovato quello perfetto per noi: due piani sotto il nostro appartamento. Dopo averlo liberato di tutti gli inutili orpelli -metri e metri di canalette e chilometri di cavi-, averlo imbiancato e averlo pulito a fondo, procediamo finalmente al montaggio degli arredi, uno dei quali è stato finora parcheggiato nella stanza di Gian Burrasca.

Gian Burrasca (intento a giocare sul tappeto della sua camera): …

Lui (iniziando a liberare il tavolo da lampada, scartoffie, vestitini, …): …

io (seguendolo per dargli una mano): …

Gian Burrasca (osservandoci incuriosito): …?…
Lui (procedendo allo smontaggio): …
io (pulendo accuratamente i vari elementi): …
Gian Burrasca (guardandoci con una certa preoccupazione): ???
Lui (continuando ad armeggiare intorno alla scrivania): …
io (aiutandolo a spostare i pezzi): …
Gian Burrasca (seguendo i nostri movimenti con palese e crescente ansia): !!!
Lui (prendendo le parti più pesanti e portandole fuori dalla camera): …
io (facendo lo stesso con quelle più leggere): …
Gian Burrasca (ormai in preda all’angoscia): ma… dove portate il MIO tavolo?

Lui (scoccandogli un’occhiataccia): portiamo il MIO tavolo in ufficio!
io: …

Gian Burrasca (correndoci dietro con le lacrime agli occhi): …ma …ma …ma…

Lui: ?
io:?
Gian Burrasca (aggrappandosi alle gambe del padre): …e io cone faccio?
Lui: ???
io:???
Gian Burrasca (allungandosi verso quelle della scrivania): …dove metto i miei vestiti???

Lui: !!!
io: …

Decostruttivismo

POMERIGGIO, ORE 17:30

Dopo aver preso Gian Burrasca dall’asilo e averlo ammansito offrendogli una fetta di torta con yogurt e frutta fresca, mi incammino per la città per dare un’occhiata alle vetrine. Dopo aver passeggiato per un po’, mi infilo in uno dei miei negozi preferiti, pieno di abiti strani, insoliti e coloratissimi. Dopo aver rovistato per un po’ tra gli stand, sono attratta da un capo in particolare. Lo prendo dalla gruccia e inizio a guardarlo con aria perplessa.

commessa (accorrendo premurosa verso di me): ha bisogno signora?
io (continuando a rigirarmi il vestito tra le mani con aria inquisitoria): no… ehm… davo solo un’occhiata… Mi scusi ma… come si mette questo???
commessa (sorridendomi comprensiva): AAAAAH! Quello è un abito decostruito!
io (DECOSTRUITO???): …

…Déjà vu…

QUALCHE ANNO FA, IN UN’ALTRA CITTÀ

Io e mia madre siamo in giro per la città per dare un’occhiata alle offerte di stagione. Ci fermiamo davanti alla vetrina di un negozio dal nome sofisticato ed altisonante, “Apres Paris”, per soppesarla con malcelato scetticismo: sembra infatti che all’interno vi sia esplosa una bomba contenente vecchie scarpe, borse malconce di inizio secolo, vestiti cenciosi e stropicciati, maglioni infeltriti, giacche e cappotti che sembrano usciti da qualche armadio del nonno. Il tutto è sparpagliato in una stanza che sembra avere urgente bisogno di un’energica pulita e di un’accurata ristrutturazione, e inframmezzato a pezzi di manichini rovesciati su un impiantito di mattoni rotti. Perplesse, decidiamo di dare un’occhiata all’interno…

commessa (accorrendo premurosa): buongiorno. Potreste darmi il vostro invito?
io (guardandomi intorno incuriosita): ah… mi scusi… non sapevamo ci fosse una sfilata…
commessa: no… non c’è nessuna sfilata…
io: ehm… vernissage?
commessa: no…
io: …evento privato?
commessa: …no…
io (sempre più confusa): …?…
commessa: è solo che per entrare qui ci vuole un invito…
io (imbarazzata): oh… mi spiace… pensavamo fosse un negozio!
commessa: questo È un negozio!
io (basita): …!!!…
commessa (con atteggiamento preoccupato): ma… come avete fatto a entrare?
io (additando l’ingresso): ehm… dalla porta? Era aperta…
commessa (ormai angosciata): oh cielo! Deve essere rimasta aperta!!!
io (avviandomi verso l’uscita): beh… allora… noi andiamo…
commessa (guardandosi intorno con fare complice): no no… restate pure… ormai…

“Onorate” dall’essere state ammesse in “‘sì esclusivo loco”, iniziamo a gironzolare per l’ampio spazio, con la ragazza praticamente incollata alle calcagna. Il negozio sembra la versione grande della vetrina: un tetro open space disseminato di abiti a metà tra il residuato bellico e il riciclo post atomico. Ogni volta che ci azzardiamo ad avvicinarci un po’ troppo agli oggetti in esposizione, poi, inneschiamo nella commessa una reazione di tale tormento psico-fisico da scoraggiare qualunque ulteriore tentativo. Vengo, però, attratta da un abito in maglia, con due cappelli a cuffia al posto delle maniche, indosso ad un manichino:

commessa (scapicollandosi verso di me): mi dica…
io (limitandomi ad indicare l’oggetto del mio interesse da una distanza di “sicurezza”): ehm… è possibile vedere quello?
commessa (osservando prima me, poi il vestito): …vuole comperarlo?
io (interdetta): ehm… beh… magari prima vorrei provarlo…
commessa (guardandomi come se avessi appena proferito un’eresia): provarlo? Devo chiedere…
io: …

La commessa scompare per un po’. Al ritorno ha l’espressione di chi ha appena vinto una battaglia.

commessa (sorridendomi orgogliosa): mi hanno concesso di smantellare l’installazione!
io (considerando con aria attonita il manichino di fronte ai miei occhi): !!!

Dopo aver sfilato l’abito dal suo supporto con la cautela di un chimico alle prese con della nitroglicerina, me lo passa. Io, temendo di vedermelo esplodere da un momento all’altro tra le braccia, scompaio in un camerino. Finalmente rilassata, inizio a trattarlo come… ehm… un vestito! Lo indosso, e subito percepisco sulla pelle un fastidiosissimo prurito. Osservando l’etichetta della composizione, mi rendo conto che è praticamente di puro acrilico. Cerco poi il prezzo, ma nulla… non ve n’è traccia! Mentre sono ancora intenta nella suddetta operazione, odo la voce allarmata della ragazza al di là della tenda.

commessa: tutto bene?
io (uscendo dallo spogliatoio): sì… ma… non è di lana…
commessa (strabuzzando gli occhi): nooo! È di un nuovo stilista giapponese!
io (sentendomi partecipe di una conversazione degna di Eugène Ionesco): …?…
commessa (accarezzandolo come fosse un’opera d’arte): lui non lavora con materiali naturali…
io (che intanto sto valutando l’ipotesi di prenderlo comunque perché adoro le maniche a cappellino): capisco… E… il prezzo?
commessa: beh… è in saldo al 50%… quindi… 990 euro!
io (non riuscendo a celare il mio palese sconcerto): !!!
commessa (manifestando tutta la sua disapprovazione per la mia espressione stupita): beh… ma è un abito DESTRUTTURATO!!!
io: …

Scarpe!

Premessa: sono una donna. E in quanto donna sono geneticamente e prepotentemente affascinata dalle scarpe. È una sorta di versione fashion del cartesiano “Cogito ergo sum”: sono donna, ergo amo le scarpe!
Amarle non vuol dire avere l’irrefrenabile necessità di possederle. Significa semplicemente avere l’incontenibile impulso di guardarle nel momento in cui si passa davanti ad una vetrina che le espone.

MATTINA, ORE 10:30

È sabato, ed io, Lui e Gian Burrasca siamo in procinto di uscire.
Dopo essersi infilato le scarpe, il piccolo corre dal padre.

Gian Burrasca (mostrandogli orgoglioso le scarpette): guarda papà! Ti piacciono le mie scarpe nuove?
Lui (osservando scetticamente il figlio): ?
io (correndogli dietro per infilargli la giacca): tesoro… non sono nuove… è da un po’ che le abbiamo comperate.
Gian Burrasca (continuando imperterrito a sollevare il piedino): sono belle, vero?
Lui (ignorandolo): …
io (accarezzandogli la testa comprensiva): bellissime tesoro!

Finalmente usciamo e ci incamminiamo per il centro cittadino.
Arrivati in prossimità di un negozio, Gian Burrasca corre verso la vetrina.

Gian Burrasca (puntando sorridente il ditino verso la vetrina): …SCARPE!!!
Lui (scrutandolo con curiosità): ?
io (andando a recuperarlo): ehm… andiamo tesoro…

Dopo qualche metro, altro stop.

Gian Burrasca (schiacciando mani e naso contro un vetro): …scarpe!
Lui (fissandolo con preoccupato interesse): ???
io (staccandolo dal suo appiglio): ehm… niente scarpe per oggi, tesoro…

Ancora più avanti, il piccolo si ferma di nuovo.

Gian Burrasca (avanzando cauto verso un negozio): …scarpe…
Lui (sollevando un sopracciglio con velata diffidenza): !
io (bloccandolo prima che raggiunga la sua meta): …ehm… vieni cucciolo?

Altro pezzo di strada. Altra fermata.

Gian Burrasca (continuando a tenermi la mano e indicando l’oggetto del suo interesse): …scarpe?
Lui (manifestando i primi sintomi di fastidio): !!!
io (ostentando indifferenza): …

Ancora…

Gian Burrasca (limitandosi a lanciare una lunga occhiata ad un’altra vetrina): …
Lui (fermandosi improvvisamente e squadrandomi con aria di rimprovero): …ma si può sapere cosa gli hai fatto???
io: …

Questione di ruoli 3

MATTINA, ORE 8:00

Io e Gian Burrasca ci stiamo preparando a uscire per raggiungere l’asilo. Lo infagotto in piumino, sciarpa e cappello, mi metto il cappotto, mi avvolgo nella sciarpa, quindi mi infilo un basco.

Gian Burrasca (guardandomi sorpreso): ?
io (indossando i guanti): che c’è tesoro?
Gian Burrasca (indicando incuriosito la mia testa): ma quello è un cappello da pittore!
io (sorridendogli benevola): no tesoro… è un basco!
Gian Burrasca (continuando ad additarmi): no! È un cappello da pittore!
io (sospingendolo fuori dalla porta): sì amore… lo usano anche i pittori. Ma è solo un tipo di cappello!

Prendiamo l’ascensore… Gian Burrasca seguita a scrutarmi dubbioso.
Usciamo dal portone… lui persevera a fissarmi con una certa diffidenza.
Procediamo lungo la stradina d’accesso… il piccolo mi soppesa con lo sguardo.
Quando raggiungiamo le scale che conducono alla strada, si pianta sul primo gradino puntando il ditino verso il mio cappello.

Gian Burrasca: tu non puoi mettere quel cappello!
io: e perché?
Gian Burrasca: perché tu non sei un pittore!
io: ?
Gian Burrasca: tu sei una mamma!!!
io: …

Affari di famiglia

POMERIGGIO, ORE 18:00

Io e Gian Burrasca stiamo percorrendo i portici diretti a casa. A un certo punto passiamo davanti alle vetrine di un negozio di specialità culinarie.

Gian Burrasca (fissando con bramosia un mucchio di cioccolatini adagiati in un cestino colorato): mamma… voglio le caramelle!
io (sospingendolo con delicatezza oltre quel luogo di tentazioni): no tesoro.
Gian Burrasca (voltandosi a fissare il vetro): ma io voglio le caramelle!
io (tirandolo leggermente): ho detto di no, tesoro.
Gian Burrasca (insistendo con fermezza e con voce lievemente alterata): ma io voglio le caramelle!
io (trascinandolo via con decisione): no! In primo luogo le caramelle fanno male sia ai denti che al pancino! In secondo luogo tra poco è ora di cena, e se inizi a mangiare schifezze poi ti passa l’appetito!
Gian Burrasca (per nulla turbato dal mio tono autoritario): MA IO VOGLIO LE CARAMELLE!!!
io (proseguendo inflessibile e impassibile): …non si può avere sempre tutto nella vita!
Gian Burrasca (sempre più insistente e risoluto): MA IO VOGLIO LE CA-RA-ME-LLE!!!
io (vedendo passare proprio di fronte a me una signora con una spettacolare Alma GM Monogram Vernis di LV): e io voglio una borsa di Vuitton!!!
Gian Burrasca (guardandomi in tralice): NO!!! TU NON VUOI UNA BORSA DI UITTON!!!
io (fissandolo con fermezza): Sì invece! Io voglio una borsa di Vuitton!!!
Gian Burrasca (riflettendo serio serio per qualche minuto ): …
io (osservandolo di sottecchi): …
Gian Burrasca: mamma?
io: dimmi tesoro…
Gian Burrasca: facciamo così… io ti compero una borsa di Uitton…
io: ???
Gian Burrasca: …ma tu intanto mi comperi le caramelle?
io: !!!

Abito da sposa cercasi 4

GIORNO 4, ORE 18:00

Dopo un lungo pomeriggio trascorso ai giochi con Gian Burrasca, sono sulla via di casa. Lungo la strada passo davanti all’unico negozio di abiti da sposa presente in città.
Guardo l’orologio: ho ancora un’oretta a disposizione. Guardo Gian Burrasca: dopo tutto il movimento fatto durante la giornata è stanchissimo, quindi tranquillo e arrendevole. Decido di entrare.
Lascio il passeggino nell’ingresso e inizio a inerpicarmi su per 3 piani di scale a chiocciola costellati di vestiti di ogni genere e un numero incredibile di… orsacchiotti di pezza (???). Gian Burrasca mi segue e, per fortuna, è più interessato a studiare quello strano posto con buffi abiti attaccati alle pareti che ad allungarsi verso i pupazzi. Giungo finalmente in una piccola stanza che ha più l’aspetto di una grande cabina armadio che di un atelier. All’interno vi sono due signore che stanno chiacchierando.

io: buonasera!
signora 1: buonasera.
signora 2: buonasera.
io: ehm… mi sposo in settembre e sto cercando un abito da sposa. Ma non del tipo classico… Pensavo piuttosto a qualcosa che potesse essere riutilizzato… magari corto…
signora 1: sì… beh… abbiamo sicuramente qualcosa che fa al caso suo. Ha detto che si sposa in settembre, quindi c’è tempo. Le lascio il biglietto da visita, così mi telefona all’inizio di luglio e prende un appuntamento. Tanto in questo periodo non abbiamo spose…
signora 2: …
io (guardandomi intorno): ma… non potrebbe farmi vedere qualcosa intanto?
signora 1: no. Deve prendere un appuntamento.
signora 2: …
io (osservando il biglietto da visita): va bene… e non potrei prenderlo direttamente adesso?
signora 1: no. Mi deve chiamare.
signora 2: …
io: … Va bene…
signora 1: e… dove si sposa?
signora 2: …
io: proprio qui vicino, nella Cappella di Santa Caterina…
signora 1: AAAAAH!!! Allora la sposa don Mario!!!
signora 2: …
io: sì! Esatto!
signora 1: eh… beh… dovevo immaginarlo…
signora 2: …
io: ?
signora 1 (ammiccando verso Gian Burrasca che è intento ad analizzare il meccanismo di chiusura della porta a vetri): lui è abituato ai matrimoni… “strani”!!!
signora 2: …
io: !!!
signora 1: …
signora 2: …
io: …
signora 1: beh… allora mi chiami per fissare una prova. E si ricordi, mi raccomando, di portare il reggiseno che indosserà il giorno del matrimonio! Arrivederla.
signora 2: arrivederla.
io: arrivederla…

Esco tenendo Gian Burrasca per mano.
-14!!!