La bimba invisibile

POMERIGGIO, ORE 18:00

Io e Gian Burrasca siamo al supermercato. Arrivati alle casse, lui si incanta davanti allo stand delle caramelle e rimane indietro, superato da una mamma con una bimbetta di poco più di un anno. Arriva il momento di imbustare gli acquisti, e tornare a casa. Richiamo il pargolo all’ordine e lui si precipita verso di me spintonando leggermente la bimba per poter passare.

Gian Burrasca (arrivando di corsa al mio fianco): …
io (guardandolo in tralice): …ma ti pare? Adesso vai dalla bimba e le chiedi scusa!
Gian Burrasca (fissando torvo il passeggino dietro il quale è nascosta la piccola): …
io (piantando le mani sui fianchi con aria minacciosa): …allora?
Gian Burrasca (lanciandomi un’occhiata supplichevole): …ma mamma…

io (riprendendo a riempire i sacchetti): … “ma mamma” cosa?

Gian Burrasca (esaminando di nuovo il passeggino): …non posso chiederle scusa!

io: …e perché mai?!?

Gian Burrasca (senza distogliere lo sguardo dalla bimba che sbuca appena da dietro il suo mezzo): …è troppo piccola…

io: ?

Gian Burrasca (allungando il braccino per sottolineare l’ineccepibilità del suo ragionamento): …neppure la vedo!!!

io: !!!

Decostruttivismo

POMERIGGIO, ORE 17:30

Dopo aver preso Gian Burrasca dall’asilo e averlo ammansito offrendogli una fetta di torta con yogurt e frutta fresca, mi incammino per la città per dare un’occhiata alle vetrine. Dopo aver passeggiato per un po’, mi infilo in uno dei miei negozi preferiti, pieno di abiti strani, insoliti e coloratissimi. Dopo aver rovistato per un po’ tra gli stand, sono attratta da un capo in particolare. Lo prendo dalla gruccia e inizio a guardarlo con aria perplessa.

commessa (accorrendo premurosa verso di me): ha bisogno signora?
io (continuando a rigirarmi il vestito tra le mani con aria inquisitoria): no… ehm… davo solo un’occhiata… Mi scusi ma… come si mette questo???
commessa (sorridendomi comprensiva): AAAAAH! Quello è un abito decostruito!
io (DECOSTRUITO???): …

…Déjà vu…

QUALCHE ANNO FA, IN UN’ALTRA CITTÀ

Io e mia madre siamo in giro per la città per dare un’occhiata alle offerte di stagione. Ci fermiamo davanti alla vetrina di un negozio dal nome sofisticato ed altisonante, “Apres Paris”, per soppesarla con malcelato scetticismo: sembra infatti che all’interno vi sia esplosa una bomba contenente vecchie scarpe, borse malconce di inizio secolo, vestiti cenciosi e stropicciati, maglioni infeltriti, giacche e cappotti che sembrano usciti da qualche armadio del nonno. Il tutto è sparpagliato in una stanza che sembra avere urgente bisogno di un’energica pulita e di un’accurata ristrutturazione, e inframmezzato a pezzi di manichini rovesciati su un impiantito di mattoni rotti. Perplesse, decidiamo di dare un’occhiata all’interno…

commessa (accorrendo premurosa): buongiorno. Potreste darmi il vostro invito?
io (guardandomi intorno incuriosita): ah… mi scusi… non sapevamo ci fosse una sfilata…
commessa: no… non c’è nessuna sfilata…
io: ehm… vernissage?
commessa: no…
io: …evento privato?
commessa: …no…
io (sempre più confusa): …?…
commessa: è solo che per entrare qui ci vuole un invito…
io (imbarazzata): oh… mi spiace… pensavamo fosse un negozio!
commessa: questo È un negozio!
io (basita): …!!!…
commessa (con atteggiamento preoccupato): ma… come avete fatto a entrare?
io (additando l’ingresso): ehm… dalla porta? Era aperta…
commessa (ormai angosciata): oh cielo! Deve essere rimasta aperta!!!
io (avviandomi verso l’uscita): beh… allora… noi andiamo…
commessa (guardandosi intorno con fare complice): no no… restate pure… ormai…

“Onorate” dall’essere state ammesse in “‘sì esclusivo loco”, iniziamo a gironzolare per l’ampio spazio, con la ragazza praticamente incollata alle calcagna. Il negozio sembra la versione grande della vetrina: un tetro open space disseminato di abiti a metà tra il residuato bellico e il riciclo post atomico. Ogni volta che ci azzardiamo ad avvicinarci un po’ troppo agli oggetti in esposizione, poi, inneschiamo nella commessa una reazione di tale tormento psico-fisico da scoraggiare qualunque ulteriore tentativo. Vengo, però, attratta da un abito in maglia, con due cappelli a cuffia al posto delle maniche, indosso ad un manichino:

commessa (scapicollandosi verso di me): mi dica…
io (limitandomi ad indicare l’oggetto del mio interesse da una distanza di “sicurezza”): ehm… è possibile vedere quello?
commessa (osservando prima me, poi il vestito): …vuole comperarlo?
io (interdetta): ehm… beh… magari prima vorrei provarlo…
commessa (guardandomi come se avessi appena proferito un’eresia): provarlo? Devo chiedere…
io: …

La commessa scompare per un po’. Al ritorno ha l’espressione di chi ha appena vinto una battaglia.

commessa (sorridendomi orgogliosa): mi hanno concesso di smantellare l’installazione!
io (considerando con aria attonita il manichino di fronte ai miei occhi): !!!

Dopo aver sfilato l’abito dal suo supporto con la cautela di un chimico alle prese con della nitroglicerina, me lo passa. Io, temendo di vedermelo esplodere da un momento all’altro tra le braccia, scompaio in un camerino. Finalmente rilassata, inizio a trattarlo come… ehm… un vestito! Lo indosso, e subito percepisco sulla pelle un fastidiosissimo prurito. Osservando l’etichetta della composizione, mi rendo conto che è praticamente di puro acrilico. Cerco poi il prezzo, ma nulla… non ve n’è traccia! Mentre sono ancora intenta nella suddetta operazione, odo la voce allarmata della ragazza al di là della tenda.

commessa: tutto bene?
io (uscendo dallo spogliatoio): sì… ma… non è di lana…
commessa (strabuzzando gli occhi): nooo! È di un nuovo stilista giapponese!
io (sentendomi partecipe di una conversazione degna di Eugène Ionesco): …?…
commessa (accarezzandolo come fosse un’opera d’arte): lui non lavora con materiali naturali…
io (che intanto sto valutando l’ipotesi di prenderlo comunque perché adoro le maniche a cappellino): capisco… E… il prezzo?
commessa: beh… è in saldo al 50%… quindi… 990 euro!
io (non riuscendo a celare il mio palese sconcerto): !!!
commessa (manifestando tutta la sua disapprovazione per la mia espressione stupita): beh… ma è un abito DESTRUTTURATO!!!
io: …

Scarpe!

Premessa: sono una donna. E in quanto donna sono geneticamente e prepotentemente affascinata dalle scarpe. È una sorta di versione fashion del cartesiano “Cogito ergo sum”: sono donna, ergo amo le scarpe!
Amarle non vuol dire avere l’irrefrenabile necessità di possederle. Significa semplicemente avere l’incontenibile impulso di guardarle nel momento in cui si passa davanti ad una vetrina che le espone.

MATTINA, ORE 10:30

È sabato, ed io, Lui e Gian Burrasca siamo in procinto di uscire.
Dopo essersi infilato le scarpe, il piccolo corre dal padre.

Gian Burrasca (mostrandogli orgoglioso le scarpette): guarda papà! Ti piacciono le mie scarpe nuove?
Lui (osservando scetticamente il figlio): ?
io (correndogli dietro per infilargli la giacca): tesoro… non sono nuove… è da un po’ che le abbiamo comperate.
Gian Burrasca (continuando imperterrito a sollevare il piedino): sono belle, vero?
Lui (ignorandolo): …
io (accarezzandogli la testa comprensiva): bellissime tesoro!

Finalmente usciamo e ci incamminiamo per il centro cittadino.
Arrivati in prossimità di un negozio, Gian Burrasca corre verso la vetrina.

Gian Burrasca (puntando sorridente il ditino verso la vetrina): …SCARPE!!!
Lui (scrutandolo con curiosità): ?
io (andando a recuperarlo): ehm… andiamo tesoro…

Dopo qualche metro, altro stop.

Gian Burrasca (schiacciando mani e naso contro un vetro): …scarpe!
Lui (fissandolo con preoccupato interesse): ???
io (staccandolo dal suo appiglio): ehm… niente scarpe per oggi, tesoro…

Ancora più avanti, il piccolo si ferma di nuovo.

Gian Burrasca (avanzando cauto verso un negozio): …scarpe…
Lui (sollevando un sopracciglio con velata diffidenza): !
io (bloccandolo prima che raggiunga la sua meta): …ehm… vieni cucciolo?

Altro pezzo di strada. Altra fermata.

Gian Burrasca (continuando a tenermi la mano e indicando l’oggetto del suo interesse): …scarpe?
Lui (manifestando i primi sintomi di fastidio): !!!
io (ostentando indifferenza): …

Ancora…

Gian Burrasca (limitandosi a lanciare una lunga occhiata ad un’altra vetrina): …
Lui (fermandosi improvvisamente e squadrandomi con aria di rimprovero): …ma si può sapere cosa gli hai fatto???
io: …