Einstein

MATTINA, ORE 7:15

Dopo aver terminato di bere il suo latte, Gian Burrasca scende pesantemente dal divano e, traballando, si accascia su un pouf.

Gian Burrasca (sdraiato, le gambe penzoloni, le braccia allargate, gli occhi chiusi e l’espressione prostrata): mamma… non mi reggio in piedi…
io (sospettando un espediente per rimandare il momento delle quotidiane abluzioni): come mai tesoro?
Gian Burrasca (ostentando uno sforzo quasi sovrumano nel sollevare la testina di qualche millimetro): perché ho la testa…
io (incuriosita dall’affermazione): intendi dire che hai la testa che ti fa male?
Gian Burrasca (guardandomi con rimprovero per la mia inaccettabile incapacità di capirlo): no! Perché ho la testa!
io (osservandolo con aria interrogativa): non capisco tesoro…
Gian Burrasca (sospirando rumorosamente): ho la testa pesante!
io (accarezzandogliela): ehm… pesante?
Gian Burrasca (ormai rassegnato): sì mamma… perché ho tanta testa!
io (cercando di staccarlo dal pouf): nel senso che hai la testa grande?
Gian Burrasca (alzandosi faticosamente): no mamma… ho la testa tanto piena!
io (sospingendolo verso il bagno): piena? Piena di pensieri?
Gian Burrasca (trascinandosi lungo il tappeto): mannooo mamma!
io (seguendolo lentamente): piena… di cervello?
Gian Burrasca (regalandomi il benevolo sorriso che si concede di solito a chi, duro di comprendonio, è finalmente arrivato alla giusta ccìonclusione): sì mamma! Piena di cervello!!!
io: …

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